venerdì 16 ottobre 2026

povertà e accesso al cibo: Italia e Giappone

 Avete mai mangiato alla mensa della Caritas? ci si capita per necessità o per risparmiare durante un viaggio fatto in parsimonia... alla fine, nessuno è mandato via, ci si siede a una tavola, col porpiro vassoio, un piatto di pasta, un secondo, a me piaccono i tagli di carne di scarto, le cartilagini, la pelle, le frattaglie.

Il numero di persone che sono sostenute è elevato. La rete Caritas Italiana supporta complessivamente oltre 280.000 persone all'anno (dato relativo all'ultimo report nazionale). Circa il 70-73% di tutti gli assistiti riceve beni e prestazioni materiali, voce che include l'accesso alle mense, la fornitura di cibo da asporto e gli empori solidali. I nuclei familiari (corrispondenti a singole persone che si presentano ai centri di ascolto e servizi informatizzati) assistiti sono stati 277.775 nel corso dell'anno precedente, un trend che ha superato quota 280.000 confermando l'aumento della povertà strutturale. Il Report della Caritas Diocesana di Roma evidenzia che le sole tre mense sociali della Capitale hanno accolto 12.297 persone, distribuendo oltre 310.000 pasti all'anno. 

Inoltre, tramite la Caritas vengono distribuiti confezioni alimentari, riso comunitario, biscotti, e alimenti non deperibili. E non solo, ci sono anche iniziative laiche, a Lecce di sicuro, ristoranti a gestione solidale, che offrono pasti a chi non se li può permettere.

In Giappone, pensavo che il problema di arrivare a fine mese non si pone. Mi sbagliavo.

Ecco due articoli, uno dalla rivista L'internazionale, l'altro di un contatto Facebook, ElenaGiappone.

Poco prima di mezzogiorno, nell’afa appiccicosa dell’estate, bambine e bambini cominciano ad arrivare alla spicciolata in una biblioteca di Miyoshi, una città del Giappone centrale. Consegnano i loro buoni e ritirano i bentō, i contenitori con un pranzo pronto. Alcuni si fermano a mangiare al fresco con gli amici, altri portano il pranzo a casa.  Durante le vacanze estive, quando le scuole erano chiuse, la città ha distribuito ogni giorno centinaia di pasti in undici strutture pubbliche. Quella scena tranquilla nascondeva però una realtà ben più cupa. Senza le mense scolastiche o le aule climatizzate durante la lunga pausa estiva, molti di quei bambini avrebbero avuto difficoltà a mangiare in modo adeguato o a trovare riparo dal caldo. Il Giappone è spesso considerato una società ricca. Eppure al suo interno presenta disuguaglianze a tratti sorprendenti. Secondo i dati del governo, nel 2024 l’11/% dei bambini viveva in condizioni di povertà relativa: il reddito disponibile della famiglia, corretto in base al numero dei componenti, era cioè inferiore alla metà del valore mediano nazionale, pari a 2,77 milioni di yen (15.250 euro). Questo tasso di “povertà relativa” è sceso rispetto al picco del 16 per cento registrato nel 2012. Ma con l’uscita del Giappone da decenni di deflazione l’aumento dei prezzi colpisce duramente le famiglie povere. Dal 2020 i prezzi dei generi alimentari sono aumentati di circa il 30 per cento. Il problema “non è mai apparso così grave come oggi”, afferma Koji Ogawa di Usnova, un’organizzazione non profit che ha contribuito al programma di Miyoshi.  Gran parte del problema deriva dalle particolari difficoltà che devono affrontare le madri sole. Il tasso di povertà relativa delle famiglie monoparentali in Giappone è tra i più alti dei paesi dell’Ocse, per lo più ricchi, e si attesta al 44,7 per cento. E questo anche se quasi il 90 per cento delle madri sole lavora. Il Giappone ha inoltre uno dei divari retributivi di genere più ampi tra i paesi ricchi. Le donne si concentrano nella fascia più bassa di un mercato del lavoro a doppio binario, occupando posti di lavoro “irregolari”, caratterizzati da salari bassi e scarse tutele.  Ad aggravare il problema c’è lo scarso contributo degli ex mariti. In quasi nove divorzi su dieci i figli sono affidati alle madri, ma secondo un’indagine ufficiale il 70 per cento di loro non riceve un assegno di mantenimento. Ad aprile il governo ha modificato il diritto di famiglia introducendo l’affido condiviso: il Giappone è stato l’ultimo paese del G7 a farlo. Le autorità sperano che i padri che continuano a essere presenti nella vita dei figli siano più propensi a contribuire al loro mantenimento. La situazione economica sta peggiorando le cose. Secondo un’indagine dell’organizzazione non governativa Save the children Japan, quasi il 90 per cento delle persone che hanno chiesto di ricevere gli aiuti alimentari distribuiti dall’organizzazione ha indicato come causa l’aumento dell’inflazione.  Sakiko Gan dell’università Atomi di Tokyo osserva che nel frattempo la loro spesa media giornaliera per mangiare è scesa sotto i 500 yen a persona (2,8 euro), un livello paragonabile a quello di chi vive in condizioni di povertà assoluta.  In Giappone la povertà si vede raramente in modo evidente. Secondo l’ong britannica Greater change, il paese registra il tasso di persone senza dimora più basso al mondo. Eppure le preoccupazioni per le disuguaglianze sono in crescita. Il termine oya-gacha è entrato nell’uso comune. Unisce la parola giapponese che significa “genitore” a quella che indica un tipo di distributore di giocattoli in capsule: significa che i bambini non possono scegliersi i genitori e che le loro prospettive dipendono in larga misura dalla fortuna. 

Ristorante Dandan, 2017, dava da mangiare ai bambini per 100 yen.

Ecco il post di ElenaGiappone

Nel 2010, la titolare di un piccolo negozio di frutta e verdura di Tokyo venne a sapere che un bambino del quartiere, a cena, mangiava soltanto una banana. Oggi in Giappone i posti nati dalla sua idea sono più di 9.000.

Lei si chiama Hiroko Kondō. Aveva un negozio di verdure nel quartiere di Ōta, a sud di Tokyo. Uno di quei posti dove la gente passa, compra due cipolle, scambia due parole e se ne va.

Un giorno le raccontarono di quel bambino. A scuola mangiava il pranzo come tutti. La sera, a casa, non c'era nessuno che potesse cucinare per lui. E lui cenava con una banana.

Hiroko Kondō non riuscì a togliersela dalla testa, quella banana.

Il Giappone, visto da fuori, sembra un Paese ricco, ordinato, dove nessuno resta indietro. Ma dentro le case la realtà è diversa. Secondo i dati del governo, circa un bambino giapponese su nove vive in povertà relativa. Tanti sono figli di genitori soli che lavorano fino a tardi. Tanti, la sera, mangiano da soli. Una cosa che in giapponese ha perfino un nome: koshoku, "mangiare da soli".

Così lei fece una cosa piccola. All'inizio ogni due settimane, poi ogni settimana, nel retro del suo negozio, cominciò a preparare la cena per i bambini del quartiere. Qualcosa di caldo, fatto con le verdure del negozio, per pochi spiccioli. Chi voleva, poteva venire. Bastava sedersi.

Diede a quel posto un nome semplicissimo: kodomo shokudō (こども食堂). "Mensa dei bambini".

Non c'era una fondazione dietro. Non c'era un ministero. C'era una donna con un negozio di verdure, un fornello e una tavola.

E poi successe una cosa che nessuno aveva previsto.

La notizia si sparse. Altre persone, in altri quartieri, in altre città, pensarono: posso farlo anch'io. Una pensionata nella sua cucina. Un tempio buddhista nella sala delle cerimonie. Un ristorante nel giorno di chiusura. Un gruppo di mamme nella sala del condominio. Uno studente universitario con tre amici.

Nel giro di pochi anni le mense dei bambini sono diventate migliaia. Secondo l'associazione che le censisce, oggi in Giappone sono più di 9.000.

E intanto sono cambiate. Molte non sono più solo per i bambini poveri. Sono aperte a tutti. Ci vanno i bambini che a casa mangerebbero da soli, ma anche gli anziani che vivono soli, i genitori stanchi, i vicini che non si erano mai parlati. La mensa dei bambini è diventata, in tanti quartieri, l'unica tavola dove persone diverse mangiano insieme.

Perché Hiroko Kondō aveva capito una cosa che va oltre il cibo. A quel bambino non mancava solo una cena. Gli mancava qualcuno seduto davanti. Qualcuno che gli chiedesse come era andata a scuola. Il rumore delle bacchette, una voce, una risata.


Nessun commento:

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001