Infinite Jest è ambientato in un futuro imprecisato in cui gli Stati Uniti hanno annesso il Canada e il Messico dando vita a una nuova federazione, l’ONAN (Organization of North American Nations). Al centro delle vicende c’è un film (intitolato Infinite Jest, per l’appunto) talmente coinvolgente e ipnotico da generare un senso di dipendenza in chi lo guarda, che pur di non scollarsi dallo schermo preferisce lasciarsi morire di fame. Circola su una misteriosa videocassetta che può diventare un'arma di ottenebramento del cervello, siamo dieci anni prima dei cellulari, smartphone, Pay TV, socials, X e Truth
Trump deve averlo preso in parola
Einaudi pubblica questa edizione speciale del rimanzo di Wallace, di cui ho parlato quiEdizione speciale per il trentennale di Infinite Jest. In cofanetto, con sei sticker.
La celebrazione postuma di Wallace ha prodotto qualche effetto indesiderato che ha in parte compromesso la sua reputazione. Uno di questi è che, soprattutto negli Stati Uniti, Infinite Jest abbia ottenuto senza volerlo la fama del «romanzo del maschio intelligentone che vuole farsi notare», dice Pacifico.
Il libro iniziò a circolare soprattutto in ambienti universitari e culturali a forte prevalenza maschile, dove diventò un feticcio e un simbolo di prestigio culturale: leggerlo (o almeno raccontare in giro di averlo letto) serviva a mostrarsi intelligenti, sofisticati, “seri”, ed equivaleva ad aver superato una specie di prova di forza. Ancora oggi, «I survived Infinite Jest» («sono sopravvissuto a Infinite Jest») è uno dei motti maggiormente associati al romanzo.
Alcune critiche femministe notarono questo fenomeno e coniarono un apposito neologismo per descriverlo: “lit bro”, termine che indica quegli uomini che costruiscono la propria immagine attorno a pochi libri considerati difficili o importanti, usandoli come strumenti di affermazione culturale. «Ormai “Ama David Foster Wallace” è diventato sinonimo di “ok, è un altro di quei figli di puttana”», scrisse la critica letteraria Molly Fischer in un articolo dedicato al tema.
«Nei campus lo consigliavano alle fidanzate in modo autoritario, un po’ come si impone un disco di death metal a chi ascolta soltanto musica leggera» dice Martina Testa, ex responsabile editoriale di Minimum Fax, forse la casa editrice che più di tutte ha contribuito a far conoscere Wallace in Italia. «Dalle nostre parti però questa dinamica non è mai stata replicata, per fortuna: le donne che leggevano Infinite Jest erano entusiaste tanto quanto gli uomini».
«Può darsi che vi giunga nuova, ma nella vita c’è di piú che starsene seduti a stabilire contatti».
In un futuro non troppo remoto e che somiglia in modo preoccupante al nostro presente, la merce, l’intrattenimento e la pubblicità hanno ormai occupato anche gli interstizi della vita quotidiana. Le droghe sono diffuse ovunque, come una panacea alla noia e alla disperazione. Finché sulla scena irrompe un misterioso film, Infinite Jest, cosí appassionante e ipnotico da cancellare in un istante ogni desiderio se non quello di guardarne le immagini all’infinito, fino alla morte. Nella caccia che si scatena attorno a questa che è la droga perfetta finiscono coinvolti i residenti di una casa di recupero per tossicodipendenti e gli studenti di un’Accademia del Tennis; e ancora imbroglioni, travestiti, artisti falliti, giocatori di football professionistico, medici, bibliofili, studiosi di cinema, cospiratori (Jonathan Franzen)
