giovedì 12 maggio 2022

ricordi del dottorato a Verona

 Tra il 1990 ed il 1995 ho trascorso cinque anni presso la facoltà di Medicina a Borgoroma, Verona, presso il  complesso dei laboratori universitari di ricerca medica (fino a fine 1990) e poi presso l'istituto di Biochimica.

La prima borsa di ricerca era ospedaliera, con il Professor Radin e il Dr. Dellagiacoma (Gianni, della Valsugana) che si occupava di ricerca sul trapianto del pancreas endocrino, utilizzando cellule di ratto e di maiale. Quando la sua dottoranda venne in laboratorio, gli chiese: Gianni, quando lo fai il maiale? e lui rispose: Tutti i giorni! A fianco della nostra stanza vi era un laboratorio di proteomica, con un medico e due tecniche, di cui ricordo Monica, perchè ci siamo frequentati in varie occasioni, originaria del Veronese là dove si producono amarone e recioto, una sera ce ne fece dono, era squisito.  Quando ho vinto il dottorato, e fine anno, ho lasciato la mia borsa ad una biologa, Teresa, che aveva un conflitto latente con gli uomini, ma allo stresso tempo riusciva a suscitare l'interesse dei colleghi. Invece Gianni, sciupafemmine, era intento a corteggiare le infermiere. Più avanti ritornerò su Gianni e le sue conquiste.

A Biochimica,  ero nel gruppo del Professor Suzuki, e cisi occupava di tessuti animali da cui estraevamo proteine con particolari proprietà. Dai ratti, ghigliottinati, si sezionavano gli organi distinguendone le funzioni (Ad esempio, dal cervello si raccoglievano le varie zone separatamente: cervelletto, bulbo, talamo, corpo striato, corteccia, ippocampo, e così via), fino a venti diversi tipi di organo, i tessuti venivano crioconservati a meno 80 dopo averli polverizzati in azoto liquido. Inoltre, c'erano organi come testicoli bovini, tagliati in forma di pizzette, che davano origine a sollazzi da parte degli amici, che mi prendevano in giro. Venivano anche studenti stranieri, ricordo una vietnamita, Nguyen, che mi ha ricontattato di recente, ha lavorato negli USA con la sua famiglia. Altri laureati frequentavano il nostro gruppo, Sofia è rimasta ed è docente ancora oggi, e il farmacista Checco, che lavorava ma aveva la passione per la ricerca. Una sera era impegnato in una estrazione dell'enzima ADP ribosil Transferasi, con una studentessa di un gruppo napoletano, ma dopo il passaggio sulla colonna di affinità e analisi del contenuto proteico nelle varie frazioni, il risultato era negativo. Trovandomi ancora sul posto, ci siamo messi insieme a riequilibrare le frazioni per eliminare l'eccesso di sali (con il potenziometro per leggere la conduttività in milliohms)  e l'ho convinto a ricaricare la colonna di affinità. Fu un successo!

Nei gruppi diretti da altri professori c'erano persone simpatiche, Chiara, sposata con famiglia, Patricia di origini libanesi fidanzata con Elio, e una ragazza olandese, con cui mi intrattenevo a parlare, e mi offrivo di lavarle la biancheria, perchè non aveva la lavatrice. Mi fecero notare che avrei dovuto fare attenzione ai suoi camici, perchè lavorava con sostanze radioattive, e si macchiava il camice. Visto che anche io ho lavorato con molecole radiattive, non me ne sono preoccupato. Un fine settimana Gianni ci invitò ad andare con loro a Bormio, aveva le chiavi di una baita per gli ospiti, nel parco dell'Adamello, e io chiesi alla ragazza olandese di accompagnarci. Sono partito insieme a lei con la mia 500, chiacchierando lungo il viaggio, e a Bormio ci siamo ricongiunti con il gruppo,  la casa era confortevole con vari letti, a castello e a due piazze. Ad un tratto, la mia amica mi raggiunge pensierosa e mi chiede: scusa, ma io con chi devo dormire, con te  con Gianni? Il dottore si era fatto avanti e la mia amica forse aveva fatto un progetto che mi riguardava. Comunque, fu un fine settimana bello e di libertà, arrivammo anche a Livigno, città esentasse; in seguito i due si frequentarono ancora per qualche mese. Passata la cotta per il medico, ci siamo rivisti, l'ho introdotta alla mia cerchia di amicizie disinteressate, alcune LGBT, con cui si facevano grasse risate e mangiate di costatine a Verona e nell'entroterra, tra osterie e fresche frasche, tipo le osmize, come le chiamano in Friuli.

Degli altri istituti, in ognuno c'era qualche amica simpatica, con cui scambiare due parole, c'era chi cantava nei gruppi come corista, ma il gruppo di ricerca più numeroso era a istologia, varie ragazze che organizzavano party e serate in campagna. Ad una uscita, mi sono presentato con una mongolfiera, e la serata è stata divertente, tra medici stranieri ospiti del professore, a Negrar, nella campagna veronese, nel giardino di una delle ragazze del team.


Durante il mio soggiorno in Giappone, ho rivisto il loro professore ad un convegno, e una delle sue dottorande, Ilaria, una grande amica sportiva, spesso sono andato a Vicenza da lei per giocare a calcetto od a pallacanestro, mi ha fatto conoscere la sua cerchia di amicizie. La festa di saluto prima della partenza fu a casa mia, mi regalarono una T shirt tutta firmata con bei pensieri e parole di sostegno. Con un'altra collega, anche lei in trasferta di dottorato, ma in Canada, ci siamo scritti sia emails che cartoline, fino alla discussione della tesi, dopo di che ho lasciato il nord e i nostri contatti sono finiti. Solo con Marta, la ricercatrice di Suzuki, e con la figlia di Suzuki, ci sentiamo ogni tanto, abbiamo mantenuto i contatti. In un paio di occasioni sono passato a trovarli, in istituto, e quando il prof è mancato, per un tumore,  ho provveduto a comunicarlo a chi non sarebbe stato raggiunto dalla notizia, come il responsabile scientifico all'ambasciata italiana a Tokyo, e grazie a lui alle persone che avevano rapporti  di lavoro con lui, in Giappone, dove la comunità scientifica che studia le ADP Ribosil transferasi è molto estesa, e ancora oggi ci sono rapporti di amicizia e di lavoro tra Italia e Giappone, grazie a questi studi e scambi pionieristici. 

martedì 10 maggio 2022

repertorio dei matti della città di Tokyo

 E riprendo la serie dei "repertori dei matti", serie di caratterizzazioni umane fatta da Paolo Nori nei suoi libri sulle città del mondo, in questo post l'esercizio ha per tema i Giapponesi.



Era un laureato con un pallino fisso, ottenere il genoma del topo, e era sbeffeggiato da un suo pari, che invece diceva che il genoma umano era più importante ed utile alla medicina. Con pazienza, si circondò di ricercatori bravi ed internazionali, che misero in opera e brevettarono un metodo detto CAGE, mediante il clonaggio e l'identificazione di tutte le sequenze iniziali dei geni trascritti nelle cellule, nel topo  con la serie dei meetings su functional annotation of  transcribed  ORFs in mouse (FANTOM), poi nell'uomo, e via via in tutti gli organismi modello. Ora è il personaggio più in evidenza tra i colleghi, dirige in RIKEN, e forse sarà ministro per la ricerca giapponese. Nelle riunioni celebrative di fine anno, andava con il suo gruppo a cantare nei Karaoke, brindando con il sakè e la birra. Cantava spesso "davanti a una lattina di biirr, quel fiol de Piero (Carninci) fa le feste, perchè xe un fiol de Trieste, perchè xe un fiol de Trieste..." Dopo, prima di andare a casa, si fermava ad un chiosco di Ramen, perchè è un cibo che attenua il livello alcoolico.

Ai gabinetti della metro, prima di prendere l'ultimo treno per la sua destinazione, l'uomo non sapeva come tenere il mazzo di fiori, così si appoggiava con la spalla al bordo di ceramica, una mano sulla patta, e con l'altra reggeva il mazzo di fiori in mano.

Sulla scala mobile, in salita, la ragazza con la minigonna si copriva il suo lato B tenendo la borsetta sul suddetto lato B con il braccio piegato indietro, per non far sollevare la gonna.

Nella metro, la ragazza, seduta, è nascosta dalla forma della custodia del suo violoncello, il suo doppio.

Sul treno, la ragazza teneva un papero di peluche in una busta di carta, poi gli aggiustava la testa per  farla emergere dalla busta, in modo da lasciarlo respirare.

Lungo i viali pedonali, ragazze con le gonne lunghe sfrecciano su biciclette, come sospese ad un filo. Sembrano ballerine russe, quando si muovono scivolando sul pavimento mentre i piedi sono nascosti dalle gonne. Chi sa se sono veramente a cavallo delle biciclette, o se sono portate da scope stregate?


lunedì 2 maggio 2022

Teatro immediato a Lecce, 1986

 Chiudo con questo post la parentesi sulle iniziative socioculturali e gli scambi tra Torino e Lecce. Nel 1986 il Teatro Immediato, lega italiana affiliata ai gruppi francesi e canadesi, diretto da Renato Giuliani, ora al Teatro Nazionale di Nizza, già fondatore di Nalpas teatro e Baphomet teatro, che aveva un contratto con il carcere minorile di Torino Ferante Aporti per le attività cutlurali nel carcere, effettua due distinte discese a Lecce. La prima, per la rassegna "Incontri internazionali di teatro per ragazzi" al castello Carlo V  organizzata da Mediterranea, ossia Giorgio Di Lecce (e Cristina Ria). Finita l'esperienza di Domus de Ianas, Giorgio è ritornato a Lecce, e fonda il suo gruppo, Aracne mediterranea, e organizza varie manifestazioni teatrali tra cui, Et voilà..."Incontri internazionali di teatro per ragazzi"  al castello e nelle sedi di scuole, come a Caprarica di Lecce. In quel periodo  allaccia rapporti con gli Ucci, i tre cantori della tradizione salentina, e li porta in rassegna con sè. Ricordo una festa di Sant'Antonio a Novoli, 1986, nessuno ballava al ritmo delle pizziche, alla sera li abbiamo ospitati tutti e sette cantori a casa a tavola, tra canzoni e melodie fischiate, passò a trovarci anche Ferdinando Taviani. In quel periodo siamo andati con Giorgio a trovare Uccio Aloisi a casa sua, portandogli la pizza della mezzanotte, a Cutrofiano, dopo esserci incontrati in pizzzeria a Sternatia (un terzo elemento è stato Francesco De Pasquale, che curava i rapporti con i giornali)

in occasione della rassegna a Lecce al castello, Renato ottiene la trasferta del tecnico, Lorenzo, in quel periodo in carcere al Ferrante Aporti: per le pregresse attività sociali di laboratorio di teatro che Renato aveva stabilito dal 1984 e che avevano dato luogo a diversi spettacoli, tra cui Il Figlio della Notte, al teatro Nuovo di Torino, nel 1985, con i ragazzi del Ferrante in uscita-lavoro. 


Ebbene, nel 1986, si è realizzata la prima uscita-lavoro interregionale, con una trasferta da Torino a Lecce, alternando il lavoro diurno di assistente di scena con i pernotti nel carcere minorile di Lecce.

In seguito alle proposte all'EDISU ed ai professori di storia del teatro, l'opera universitaria di Lecce ha approvato un intervento culturale a Lecce, articolato in seminari teatrali e spettacolo finale, nell'aula magna dell'università in viale degli studenti, e interventi presso l'aula del primo anno di Villa Tresca, nell'ottobre 1986.

Nell'aula magna sul palco si sono alternati vari attori, insieme a Renato Giuliani c'erano Jean-Michel Meys a Corinne Galland, Pippo D'Amico, Corrado Parodi, Ugo Giletta, oltre a laboratori in varie aule, e le gags delle scene congelate (si deve mimare un argomento e fermarsi allo stop del regista, con effetti esilaranti, grazie alla fantasia della lettura della scena, che si vede bloccata in un assurdo mix di composizioni incoerenti, a cui viene dato un titolo rappresentativo, come "la crocifissione sul calvario", "botte da orbi", ecc...)
Al corso di improvvisazione si sono iscritti venti studenti, e nelle serate libere ci si incontrava a casa e si dava sfogo a clownerie, con i gemelli Costantino e Beniamino Piemontese si effettuavano traduzioni istantanee multilingue, anticipando con la fantasia il contenuto dei discorsi. Si inscenarono spogliarelli maschili. 
In strada, Jean-Michel si alternava in scene di cascatore, o si arrampicava sui portoni dei palazzi. 
A stage concluso, poichè non si era fatto in tempo ad organizzare un intervento presso il carcere minorile, io con alcuni/e del gruppo che avevano partecipato attivamente abbiamo fatto l'intervento nelle vacanze di Natale, con grande soddisfazione di tutti, anche i detenuti si sono coinvolti nelle scene, danze e musiche da Blues Brothers. Grazie ad Alessandra Falcolini di Ceglie, Evelina Ferocino, Francesco Riccobelli, e a tutti quanti.
Pur non esssendoci frequentati in altre occasioni, ricordo una serata in piazza davanti a Palazzo Tamborrini, con perfetti sconosciuti ci siamo uniti in cerchio ed abbiamo giocato con i suoni, tenendoci per mano, adattandoci ai ritmi suggeriti dal capitano di turno.






                                       





Marcella, Renato, Pippo, Corrado, Jean-Michel, e Ugo

giovedì 14 aprile 2022

lingue indoeuropee

Quando c'è stata la migrazione delle popolazioni indoeuropee da India e Persia verso il nostro continente, gli Slavi hanno conquistato le  parti a nord ovest, per poi dividersi in gruppi linguistici propri. Il russo, l'ucraino, il serbo, mantengono pochi tratti comuni con il Ceco, il polacco, o lo sloveno. Per distinguere le radici di queste lingue, si delinea un prima divisione tra lingue che usano Kentum (cento), e lingue che usano Sto (le slave). Ma rientrano tutte in una comune lingua ancestrale che chiama il tè Cha/chai, simile al termine in uso in Cina e Giappone.  

La mia famiglia proviene da un ramo tedesco ed un ramo ceco, fenomeno comune nella regione dei Sudeti, e molte parole in uso comune erano storpiature di termini tedeschi. Ad esempio, la nonna usava termini come fusekle per dire calze (in tedesco fus è piede), oppure laintuch per dire lenzuola (leintuch). Alcune parole sono originarie della comune lingua ancestrale, per cui si ritrovano anche nel sassone o nelle lingue romanze (Balkon/balcone, danza/tanze/tanzovat, kredenc/credenza, vaso/vase). Ma ci sarebbe da stilare un vocabolario per segnalare le analogie tra ceco e tedesco.

Deka (coperta) si dice decke, tischdecke

Drak (aquilone) si dice Drachen

Shal/sciarpa : scialle si dice Scialek

sister/schwester, in ceco è sestra

schinken, prosciutto, in ceco è sciunka

razzo, roketa, in tedesco è rakete

vasca, Wanne, in ceco è vana

treccia, zopf, in ceco è zopka

Brylle/breile sono gli occhiali

poi ci sono termini del ceco parlato, non solo di quello classico, che non hanno corrispondenze

zvon/zvonek, è riferito a campana/campanello, ma anche a uno strumento per schiacciare la biancheria in ammollo a forma di campana di zinco, con un basone e una maniglia per impugnarlo

Kibl, in piccolo kbelik, è un secchio per lavare per terra od anche per portare il carbone

klika, o klinke, è una maniglia della porta

flinta (pistola, fucile)

o parole derivate dall'uso e storpiate: scarpe, italiane, come simbolo di qualità, diventa skrampi


venerdì 25 marzo 2022

Salento estate 1981, il ragno del dio che danza

  Nel 1974 l'Odin teatret di Eugenio Barba soggiorna nel profondo sud, in Salento, in diverse tappe, a Carpignano Salentino, sulle tracce della cultura orale, i cunti, le canzoni e le danze, ed a Monteiasi nel Tarantino, allestendo presentazioni del lavoro teatrale, e parate. I resoconti di questo viaggio sono pubblicati in un depliant distribuito al festival di teatro di Venezia, con le foto di Tony D'Urso a fissare le performance e la meraviglia del pubblico, grandi e bambini. In un post precedente ho scritto su alcuni di questi episodi/eventi. "Ho partecipato e visto una rassegna teatrale a Venezia nel settembre '75, "La biennale, un laboratorio teatrale", ho preso il depliant dell'Odin: Immagini di una realtà senza teatro, che presentava il soggiorno nel Salento, le parate di strada, a Carpignano Salentino, con lo scambio/baratto: noi presentiamo il nostro lavoro e voi portate le vostre canzoni, i cunti, oppure dei libri, per una biblioteca di paese". Già avevamo insaurato una amicizia con i gemelli Costa e Benia, I messapi, bottega di cartapesta, che mi venivano a trovare a Torino, quindi nel dicembre  '75, e poi varie volte nel 77, sono sceso a Lecce a trovarli e a conoscere la loro realtà 

Io arrivavo da Torino, città in cui avevo lavorato nell'animazione, con la cooperativa della svolta (1976-1977) e con Renato Giuliani, ai tempi di Nalpas teatro, con vari spettacoli di clownerie e con animazioni nei centri estivi (scuole di Nichelino), avevo conosciuto Giorgio di Lecce, e fatto stages con il gruppo teatrale Domus de Ianas.

In questo post raccolgo i miei ricordi dell'estate  1981, da marzo ad agosto, quando insieme ai docenti di Storia del Teatro di Lecce, all'Oistros, ed agli studenti che aderirono, si svolse la preparazione degli stages teatrali, e dello spettacolo in turnèe nei paesi della Grecìa salentina, Il ragno del dio che danza.

Il gruppo che si era formato comprendeva attori già provetti, come Franco Corallo, Cristina Ria, e Mario Blasi, e studenti, come Marcella Quarta, Annarita Rizzo, Marcella Ferraro, Maria Rosa da Martina Franca, Vera De Luca, Grazia da Bari, Raffaele (reduce da Pontedera ma domiciliato in Salento) oltre a vari partecipanti che per loro ragioni non proseguirono fino alle rappresentazioni di luglio, tra cui l'uomo pietra, Vito Mazzotta, Anna Cerignola, e Costantino Piemontese, che con il gemello Beniamino (I Messapi) utilizzò Raffaele come modello per la colata di gesso, e fecero un Cristo crocifisso in cartapesta di dimensioni reali.

Gli stages teatrali erano presieduti dal sociologo francese e specialista della transe nel mediterraneo Georges Lapassade, la transe allucinatoria delle discoteche odierne e di paesi del mediterraneo come Egitto e Marocco, in cooperazione con i docenti Nicola Savarese e Marisa Turano, e gli assistenti di Storia del teatro, come Gino Santoro, fondatore del gruppo teatrale Oistros, la partecipazione di Luigi Chiriatti, antropologo di Calimera e tra i fondatori del gruppo musicale Canzoniere Grecanico, della casa editrice Kurumuny,  del centro studi Diego Carpitella, etnomusicologo e docente alla Sapienza, raccoglitore delle musiche tradizionali del Salento insieme a Ernesto De Martino, autore del libro di lavori sul tarantismo nel Salento "La terra del rimorso" della tarantola e della condizione sociale disagiata delle donne, sul lavoro nei campi ed in famiglia. Venne anche proiettato uno degli ultimi reportage cinematografici sulle tarantate davanti alla cappella di San Piero e Paolo a Galatina, ad opera di Oronzo Marmone e Luigi Chiriatti nel 1977. 

Da marzo a giugno si sarebbero alternati vari corsi, con Tapa Sudana, balinese attore di Peter Brook nel Mahabarata, sul tema: corpo movimento e espressione, Monica Solem (The House), sulle tecniche corporali e vocali, Cristina Cibils e Erico Carbeiro, attori del Living theatre, su trance e lavoro dell'attore.

Sternatia, atrio del castello (Marisa Turano in evidenza, davanti a Cristina Ria, Franco Corallo di spalle)
qui sulle spiaggie di San Andrea
nelle campagne di Caprarica, sulle serre salentine

La prima fase si svolse nelle aule dell'università, con studi sulla trance, le tradizioni popolari. i canti e lamentazioni funebri, le Baccanti di Euripide, il ruolo dato a Dioniso nella Grecia classica e nelle rivisitazioni colte, e fasi di improvvisazione e psicodrammi sulla vita personale nella famiglia e società odierna. 

Il nome della rassegna e dello spetttacolo estivo deriva dal Dio bambino, il sole dentro di noi

Dioniso è la forza vitale (per Janmaire) coloro che si riparano dietrro la sicurezza della ragione sono destinati a cadere. Per Dodds, riguardo gli attacchi di isteria collettiva  il rito doinisiaco riesce a contenerli, sfociando nel rito religioso. Resistere a Dioniso è inutile, la parte più profonda si scava una via di uscita, se è repressa esce fuori con violenza, invece di manifestarsi come forza vitale. Anche Ernesto De Martino ha descritto azioni di isteria collettiva, in "Furore, simbolo, valore".

Dioniso è quello che facciamo con lui. Euripide non prende posizione, lascia le contraddizioni perchè la nostra sensibilità possa analizzarle. "Le supplici" parla del significato della sepoltura rituale, l'importanza degli onori ai defunti, per assicurarsi la benevolenza degli dei e della morte. Per Oreste, le Erinni esistono solo nella mente degli uomini, e dietro c'è la mentalità che l'assassinio richiami l'assassinio, come diritto dell'anima a essere vendicata. 

Lamentazioni funebri: Nel villaggio Iugur in Romania, nel buio una vecchia si lamenta camminando, segue un rituale e cerca aiuto nel pianto. Nel villaggio Tei in Carpazia, i lamenti non sono suoni umani, sono molto intensi. Non isolano la voce che piange, ma la fondono in un luogo vivente. Parla con tutti quelli che possono ascoltare, i monti, le piante, tutti gli uomini sulla terra.

Dibattiti sono serviti a formare un ponte tra storia delle religioni e il tarantismo studiato da De Martino, Luigi Chiriatti, i musicisti delle musiche tradizionali Diego Carpitella e Alan Lomax.

Nel frattempo, si studiava, per eventualmene utilizzare qualche brano, il testo delle Baccanti

Dalle terre dell'Asia                          Asiàs apogàs
dal Tmolo il sacro monte                 ieròntmolon amèipsasa toàzo
qui accorro in delirio                         bromiò pomoèdiu
sforzo dolce, fatica felice                  xamatòn t'èukamatòn
per celebrare Bacco.                        Bakkion èuazomenà.
Chi è là, chi è là, nella via?              Tis odò? Tis odò? Tis?
nelle stanze sta appartato                 melatròis exoposèsto
e la sua bocca nel silenzio santifica  Stomatèufemon apàs exosiùsto.
Con i miei canti rituali                        Ta nomìzenta garàei
sempre Bacco celebrerò                   Dyony'son ymnèso.
Beato chi conosce
i misteri divini
e vive religiosamente
e si entusiasma nell'anima
e partecipa sui monti
alla purificazione bacchica
e partecipa alle orgie di Cibele      Ta te màtros megalàs
la grande madre                             orghia Kùbelas temitèuon
e solleva il suo tirso                        ana ty'rson te tinàsson 
e si circonda di edere                     kissò te stefanòteis  
come servo di Dioniso                   Dyony'son terapèuei. 

Gli incontri con Tapa Sudana si svolsero tra il salone del collegio Argento, uscite all'aperto (Caprarica, Torre dell'Orso), e la chiesa degli Agostiniani a Melpignano. Molti esercizi di ginnastica orientale e arti marziali, come il Tai Chi Chuan, e lavoro con le maschere del teatro balinese, la donna, il demone, il vecchio. A conclusione, si tenne una rappresentazione di gruppo a storia del teatro, inscenando un Gamelan, il coro balinese (TIAK, TIAKTIAKTIAK ripetuti, PON PON PON SRR, HES HES BIO SRR; Sorian gherian narian horian), con noi nella posizione del fiore di loto, in cerchio. Tapa Sudana è una persona ed un attore fuori dal comune, unisce tecniche di uso delle maschere giapponesi e orientali con la danza. Di notte, è andato a piedi fino al mare, nel neretino; negli anni '80 cambiò tutto e il traffico notturno sulle strade non permetterà più queste libertà. 

Degli incontri con Monica Solem ricordo gli esercizi sulla corsa personale, spostando il peso del corpo avanti, indietro, e la canzone corale, con gruppi alternati sulle prima, seconda e terza strofa 
Cucù when I was walking   in a may morning        I heard a bird song!
                                         Cucù when I was walking....
                                                                              Cucù when I was walking........

Con gli attori del Living theatre ricordo pochi stages, tenuti nel salone del collegio Argento, in cui si decisero le sorti di quella estate: ci fu una presentazione di lavoro al collegio Argento, con tavole viventi di ogni partecipante (il juke box). Gli attori del Living lasciarono, e Gino Santoro prese accordi con i 7 comuni della Grecìa Salentina per ospitare la carovana itinerante della preparazione dello spettacolo, e delle "poche" serate che ne conseguirono: A Martignano, nella chiesa e nelle strade (5/7/1981), a Sternatia, nel palazzo baronale (18/7), a Melpignano, scuole elementari ed a Muro Leccese, in piazza. In tutto, lo stage è durato 41 giorni, fino ai primi di agosto.

Discussioni si animarono per scegliere i costumi e gli oggetti di scena, dai taraletti per far asciugare il tabacco, oggetti dell'universo domestico (ombrelli, valigie di cartone, lenzuoli, scope, sedie, appendiabiti, fascine, comò)
il sogno-incubo, ma anche l'entusiasmo
un sogno con delle pause, di scena, dentro il sogno, di realtà sociale, le partenze, le separazioni
orgia di oggetti quotidiani con molti usi
bestiario
il sonoro dà densità allo spettacolo e regge le immagini
uccelli, attori sbattono le ali, universo domestico allucinante, giostra trascinante
le creature come ospiti interni alla tarantata, prologo della donna che racconta, 
spazio mentale, oggetti sono ospiti della sua mente
lei come casa abitata da quegli oggetti che cantano, si agitano, sono dentro di lei
Montaggio sonoro con le musiche dei Pink Floyd, dall'album "the wall"
i canti delle prefiche, moruloia,
le grida delle tarantate nella cappella di S. Pietro e Paolo, lavò, lavò

Tra i testi da recitare ognuno si scelse qualche verso, di Vittorio Bodini, o di Vittorio Pagano 

Quanto manca d'azzurro a questo cielo (Mario Blasi)

Oh non sapremo mai d'essere stati fantasmi!

Vattene cielo vattene 
voltati dall'altra parte


da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d'un dado.

Sulle pianure del Sud non passa un sogno.

Battono colpi a case addormentate, ne trasale la luna (Grazia)

Uomini con camicie silenziose
fannno un nodo al fazzoletto
per ricordarsi del cuore

Qui non vorrei morire dove vivere
mi tocca, mio paese
così sgradito da doverti amare

Viviamo in un incantesimo 
tra palazzi di tufo
in una grande pianura. 
Sulle rive del nulla
mostriamo le caverne di noi stessi (Raffaele)

Chiudi le mani a pugno o luna sull'asfalto
lasciaci indovinare dove hai nascosto la moneta d'oro

Le bambine negli orti 
a ogni grido aggiungono una foglia 
alla luna e al basilico.  (vedi link)

Che erba hai in mano! - ho un mazzetto
di balconi e di capre 
di calce azzurra,
e per cielo, lattuga e erba cedrina
il verde cielo d'una tartaruga...

di cicogna, che si spulciano il petto 
che prendono pietre da terra
 e le buttano più in là.

Tre bambine che saltano alla corda 
arancio limone mandarino
e il cielo ai vetri rotti di un finestrino 
arancio limone mandarino (Maria Rosa)

Io avevo una pietra
e questa pietra aveva un orizzonte
e l'orizzonte un desiderio
d spaccarsi, di fendersi
in melagrane
in bianchi muri di calce
secondo un disegno che era
il disegno della mia morte.
E' con la propria morte
che bisogna abitare.....
ma ormai
senz'ombra
senza pietra come
come farò a sapere
dove sono, fino a che punto sono morto
o vivo
le cose da lasciare 
e quelle da prendere.
E' la caverna, è la caverna.
E' la caverna dell'uomo 
che ha i pantaloni stirati.


E' in una sera dipinta sulla seta che vi lascio
negli odori di umido e di carta bruciata (Addio e non leggete)

Sto davanti alla tua caverna.
Esci fuori e arrenditi.
Noi abbiamo la sintassi e la radio,
i giornali e il telegrafo,
e tu non vivi che del mio sonno,
non hai che la roccia a cui ti tieni abbrancato,
e per farmi dispetto
non mi rispondi nemmeno.

Uno l'ho visto io
camminare col capo in giù
sul soffitto,
altri bevevano a un pozzo
di scorpioni e di serpi,
non senza gridi,
nel viola acido e sporco
d'una cappella,
mentre fuori era il chiaro giorno
steso coi piedi avanti
come il Cristo del Mantegna.

Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.

E' qui che i salentini dopo morti
fanno ritorno
col cappello in testa.

Un monaco rissoso vola tra gli alberi.

Tutto ciò che ti dono 
non t'interessa.....
cos'è che ti rattrista,
che respingi ogni cosa:
se è l'orgoglio e i belletti del piacere
o se il dispetto di non essere eterno.


Quando tornai al mio paese nel Sud,
io mi sentivo morire.

Biancamente dorato
è il cielo dove
sui cornicioni corrono
angeli dalle dolci mammelle,
guerrieri saraceni e asini dotti
con le ricche gorgiere.

Bibliografia

Hecker, Danzimania. Frenze, 1834/1865

Lenormant, F. La grande Grèce, Parigi 1881-84m 2a edizione, vol. I, pp. 108-successive

Nerucci, G. Nota, in: Archivi Tradizioni Popolari XIII, 1894, pag. 289 (sull'Aquensis)

Aquensis, Alberto, Historia Hierosolymitanae Expeditionis, V, Cap. 40, in: Migne, Patr. Lat., CLXVI, pag. 39-successive

Gigli, G. Ballo e canto dei morsicati in Terra d'Otranto, Arch. Trad. Pop. VII, 1889, pag. 7

Carusi, G.M. Delle tarantole e del tarantismo. Napoli, 1848

Ardoyni (Sancti) Opus de venenis. Venezia 1492

Ponzetti, F. De venenis, Roma 1521/Basilea 1561. Cap XIII (de tarantula Apuliae et cura, sulla casa di San Paolo)

Rohde, E. Psychè: culto dell'anima dei Greci. Bari, 1914.

Schneider, M. La danza de espadas y la tarantela. Ensayo sobre los ritos medicinales. Barcellona, 1948. 

La Rassegna, settimanale di politica, scienze, lettere e arti, vol. VIII (1881) pp. 234-236, 283-285, 397.

mercoledì 23 marzo 2022

esercizi letterari

 In diversi periodi della vita mi sono imbattuto in amicizie e legami che hanno lasciato delle tracce, episole, esercizi di stile, letteratura di buona fattura. Spesso con riferimenti a cantautori e ai loro classici. Con riferimenti al teatro immediato, ed ad una sera di commiato con Ugo Giletta, in cui improvvisò discorsi di saluto o addio ad ognuno di noi.

Ad esempio, di recente Popinga ha scritto sulla prima liceo, tra sesso e rivoluzione (cito la chiusura):

"... il futuro sembrava promettente, in quell’estate di Rare Bird e Mungo Jerry, di Procol Harum e Vanilla Fudge. Stavano iniziando gli anni formidabili e ingenui in cui il futuro sembrava ricco di promesse. Non me ne rendevo pienamente conto, ma ero felice." (Confusa e felice, Carmen Consoli)

Questa lettera risale al 20.4.1989

"tutti sanno che la barca prende acqua; tutti sanno che sto guardando questo segreto amore; tutti sanno che io sto andando; tuti sanno di chi è la colpa; tutti sanno che sono stato descritto da molta gente come uno che potrebbe raggiungere l'obiettivo; tutti sanno chi è il nostro obiettivo; tutti sanno che potrei essere io o tu; tutti sanno che l'affare è corretto se non è sbagliato; tutti sanno che l'affare diventa difficile; tutti sanno che il peccato è morto; tutti sanno che sono nei guai; tutti vedono la mia trasparenza e prendono la mia barca che fa acqua e il mio segreto cuore e  la mia strada e la mia colpa e il mio obiettivo e la nostra storia ed i miei errori. Tutti sanno che voglio un altro tipo di amore senza rancore in cui io non devo essere il dottore; io so che posso respirare la luna e correre attraverso questo sogno, attraverso queste donne di cui ho bisogno: io non posso dimenticare, forse solo per caso potrei. E se io cado addormentato, sogno di bambini che crescono, di capitani enigmatici e di amanti che chiedono un altro tipo di amore. Tutti sanno che se io l'avessi di fronte piangerebbe sulla scia di questo triste valzer dicendo "I want you, I want you, I..."   (Bob Dylan); 

Leonard Cohen Everybody knows)  If you want a lover I'll do anything you ask me to, And if you want another kind of love I'll wear a mask for you (I'm you man, Cohen)

Primi mesi 1990:

D'inverno, coll'accorciarsi delle giornate, calava la sera prima che avessimo finito di cenare. Quando ci ritrovavamo nella strada la fila di case era già in ombra. Il tratto di cielo sulle nostre teste si faceva d'un colore viola cangiante e verso di esso i lampioni stradali protendevano i loro lumi storti. E noi intirizziti nell'aria fredda giocavamo fino a sentirci i corpi in fiamme (Joyce, Gente di Dublino)

Una missiva del 25.12.1988

strano come il mio cuore batte trovando me stesso ancora sopra la tua spiaggia. Strano come io ancora sento il mio conforto perso. Fredde onde si affannano a lavare via i sogni di gioventù; così il tempo è rubao ed io non posso più mantenerti a lungo. E così, è lì che dovrei essere ora, lì, assieme ai miei giorni ed alle mie notti cadute via. Io so di un sogno che dovrei mantenere. Io so dei giorni e delle notti cadute via. Soffici blu orizzonti mi raggiungono dietro la mia infanzia allo stesso modo in cui tu mi sorgi dentro - riportandomi alle mie dimenticate vie. Strano come io fatico a mantenermi in piedi in queste acque profonde. Strano come il mio cuore batte - trovando me stesso in piedi sulla tua spiaggia (Enya, On your shore).  

Sarà il vento del nord che mai risparmia queste mattine di dicembre o queste onde che si allargano ad anello portandosi dietro - lontano - il dimenticato mio color pastello. Sarà alla fine di questo inverno venuto troppo tardi o questi segni che tardano a venire. Voglio lasciarmi andare e sparire dietro alla luce della luna; trovare la strada. Sarà tutto questo che mi respira accanto a farmi pensare alle notti passate via. Sarà tutto questo, ma quando la notte si impone e la sera cade, io non posso lasciare le memorie, troppo vicine, mai abbastanza lontane -Memorie- quei ricordi mai lasciati indietro e mai sempre gli stessi. (Enya: Exile, Evening Fall)

1990, primavera

In ognuno di noi c'è un equivoco. Come la corda arrotolata di un pozzo d'acqua pura, scura. Si è tutti radunati sotto la grande arcata di un ponte: clochard, viandanti in attesa di salire sul ponte e passare... non vi è nebbia, e neppure la tristezza della disperazione, dell'abbandono. Si rappresenta la vita. E due personaggi vivono momenti di un loro mondo, che è assurdo come il nostro, che è buffo e drammatico, che non ha senso, eppure... ne ha, con emozione e profondità.

Chi sono? due uomini? due simboli? due anime che si specchiano nel rivo che hanno davanti? non lo sappiamo bene, perchè questa scena è un cammino, così come per tutti noi. E nel cammino vi è sempre una presenza invisibile, che è "noi" ma non lo è. Non sono incertezze, è solo una danza. Una danza di Anima e Animus. E vi è un solo modo per non restare sotto il ponte, andare dall'altra parte. Se volete bagnatevi: anche voi, una volta lì, passate le acque, camminate nel sole. (Alice, ascolta l'infinito)

 28.12.1988

Io  voglio raccontare delle tre forze che sorreggono la mia vita. Due di esse sono a te comuni e familiari. La terza è molto piccola e debole, e, veramente, invisibile. Essa è piumata come un piccolo uccello chiuso in una minuscola gabbia uno o due pollici sopra il mio stomaco. Qualche volta, nei momenti più inaspettati, il piccolo uccello vorrebbe volare, liberare e distendere le ali. Allora anche io alzo la mia testa ed in quel breve momento sento che l'amore e la furia sono più potenti di odio e speranza e che da qualche parte dietro il mio orizzonte comincia il tuo e lì la vita è indistruttibile, sempre trionfante. In confidenza, io traporto il mio passato come un album di cartoline illustrate che la gente può aprire e sfogliare e portare a casa come souvenir di città straniere. Ho subìto allora una massima depredazione di ricordi e la perdita di due orizzonti che si chiudevano da destra e da sinistra. L'ultimo orizzonte è ancora ancorato al tuo, ed io per primo mi stupisco del tuo capire...

e ti racconterò su quanto ti è più caro. Di te, così profondamente; si parlerà di te, girandoci intorno, e tutti e nessuno ricorderanno le parole di un maggio lontano, quando dicevi che "l'amore è lo sconforto, è il bello e non è per l'anima. Forse prenderà forma l'essenza che lo salverà, anche se - già si sa - sarà l'effimero" (Battisti, L'apparenza)

sabato 12 marzo 2022

cucina vegetariana a Torino anni 70

 Ogni periodo ha le sue mode e una preferenza per certi cibi rispetto ad altri. Oggi si parla di vegano, di crudismo, uova sì o uova no, dieta bilanciata per evitare ipovitaminosi o deficienza di micronutrienti, in primis il ferro. Non si tratta solo di ideologia, ossia proteggere gli animali dagli allevatori industriali, o la crudeltà dei mattatoi. 

 Un dato interessante si ricava dai corsi e ricorsi storici, come una moda prende piede, ma anche come viene presto dimenticata.

Negli anni '70, e precisamente dal 1973 al 1979, avvenirono dei cambiamenti alimentari che è necessario ricordare. Ci fu la moda della macrobiotica, con lancio di una serie di prodotti commerciali, dal tamari, precursore della odierna salsa di soia ma più scuro e denso, i semi di soia viola (Azuki)

ai semi di sesamo arrostiti col sale (gomasio), e macinati, usati come condimento, alla insorgenza di cibi salutistici come il riso integrale, il miglio, l'avena, il grano saraceno, il pane di farina integrale cotto su pietra.... Indimenticabili, i giorni trascorsi con gli attori del Living Theatre a Torino, in collina, in cui si cucinavano pane fatto in casa, riso speziato all'indiana, e in altra occasione a Pontedera, ad uno spettacolo del Bread and Puppets, 

a fine rappresentazione offrirono e spezzarono pane cotto al forno su pietra per tutti noi.

Di pari passo, si è assistito alla apertura di una serie di ristoranti mai visti prima, di cibi naturali,  madre terra, in cui si potevano mangiare  torte salate e sfarinati dal sapore genuino, oltre a cibi che non avremmo preparato a casa, per disabitudine o difficoltà di preparazione, polpette di miglio, riso integrale con legumi azuki viola e verdure, cotto nella terracotta....  Si operò anche una consegna di prodotti crudi o già preparati per i gruppi di acquisto. Un nome tra altri La finestra sul cielo

Rivoluzionaria per noi era la cottura in pentole di creta (A Lecce si chiama pignata) ma dopo i primi dieci minuti sul fuoco, si toglie dal fuoco e si avvolge in una coperta di lana, che permette di arrivare a fine cottura in 6 ore senza costi per la bolletta. Oggi gli chef propongono la cottura della pasta a fuoco spento, dopo i primi 3 minuti di bollore, espettando dieci minuti con il coperchio chiuso (si risparmia un sacco di gas)

A fianco a questa linea di ristoranti di cibi genuini e salutistici più ortodossi, venivano aperti altri locali  dal menù più vario, ma che offrivano piatti nuovi, come  fritture di alghe di mare (quelle verdi, allungate, tipiche dei piatti napoletani).

 Ci fu anche la prima ondata di ristoranti cinesi,  che avevano il difetto di adattare le loro ricette al gusto occidentale come potevamo immaginarlo, e di consegenza carichi di monosodio glutammato. Su richiesta alla cucina, in un fuori orario, mi è stato possibile ottenere piatti da asporto fatti secondo ricetta cinese originale. Con una collega in Giappone, mangiammo ravioli preparati la mattina con erba cipollina e chiusi a mano, cotti al vapore. Ottimi. Ma viene da sè che un conto sono il gusto commerciale dei piatti pronti, e un conto quello di cibi cucinati a partire dagli ingredienti originali. Inoltre, tempi di cottura e dispersione delle vitamine nell'acqua incidono sulla permanenza e stabilità dei fattori bioattivi.

Compagni di queste nostre uscite serali erano per me Raffaella e Francesco, indimenticabile una serata fuori nell'astigiano, a Soglio, a guardare le stelle, e ad immaginare che le tre più vicine e brillanti fossimo noi tre, uniti in una relazione affettiva e immaginativa.   


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