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venerdì 15 dicembre 2023

Di cosa mi sono occupato in questi 20 anni al CNR

 Non dimenticherò mai il 2017, passata la metà agosto nel pieno dei rientri dei pendolari dal sud al nord, mia madre ebbe un incidente in casa, cadde a terra senza vestiti e ci rimase per un giorno, finché la vicina del piano di sotto non la sentì chiamare aiuto, e fu ricoverata all’ospedale di Parma. Io decisi di salire a Parma quanto prima, e per fortuna ottenni un passaggio da una coppia che rientrava  a Milano. Furono gentilissimi, mi portarono all’ingresso dell’ospedale. durante il viaggio notturno, alla domanda “di che ti stai occupando in laboratorio?” ho abbozzato una risposta concisa, perchè in effetti dal 2016 il mio gruppo si era separato, il lavoro sui progetti si era concluso, non avevo finanziamenti.

2017, autunno: visita al Dr. Hong, Università di Warwick, Coventry. Per inciso, il 2017 è stato l'anno più gratificante, un buon libro pubblicato da Elsevier, due viaggi internazionali, un work in progress.

E’ difficile programmare una ricerca se non si può acquistare reagenti o farsi dare qualche enzima dai colleghi. La mia dotazione tra il 2013 ed il 2016 (progetto SiMiSa sulla sicurezza alimentare coordinato dal distretto alimentare di Foggia) è stata di 240.000 euro, molti dei quali sono serviti per bandire un concorso per due borse vinte da due ragazze con dottorato, assistenti di ricerca, assunte nel 2014 per un anno, di cui una è stata rinnovata tra il 2015 ed il 2016. Il 10% dei fondi è rimasto di dotazione all’Istituto, per le spese generali, ed un 20% è stato usato per strumenti, kit e reagenti. Output di questi tre anni sono stati: due lavori pubblicati sul rilevamento rapido di patogeni negli alimenti (uno su Listeria ed uno su Salmonella), ed una pubblicazione sulla resistenza ai patogeni delle piante, su Mol. Plant Pathol., una delle riviste al top del settore, un lavoro di biotecnologia sullo studio dei meccanismi di risposta immune mediata da recettori (kinasi-dipendenti) di membrana. Una parte dei risultati di questi tre anni di lavoro non è stata pubblicata in nessuna rivista scientifica, per l’abbandono della ricercatrice, ormai senza stipendio, e per la morte del marito, l’ideatore del progetto. Per questo, ho raccolto i risultati di quel lavoro fatto in un libro.

Nel mio curriculum, alla voce “expertise” ci sono le tecniche di biotecnologia, dal clonaggio, alla biologia molecolare, alla produzione di proteine ricombinanti, ai saggi di attività, mentre la classificazione, per la posizione scelta dall'Istituto, è stata Tecnologie Alimentari.

Quello di cui mi pregio però, sono i lavori extra-curriculari, le attività che non hanno visto finalità di documentazione, report istituzionali, ma che sono serviti a studenti per svolgere ricerca (progetti regionali per la collaborazione pubblico-privato).

1.

Avevamo studiato le popolazioni di lieviti che sono presenti sull'uva in vigna. Come sa chi ha vinificato in casa da mosto d'uva, la fermentazione coi lieviti Saccharomyces cerevisiae (Lallemand) è rapida e quasi violenta, innalza la temperatura e consuma molti degli aromi dell'uva. Il principio su cui ci siamo basati è stato quello di fermentare in carenza di ossigeno, come quando si rifermenta il vino in bottiglia per fare bollicine, mantenendo la temperatura costante, in camera di crescita, e sotto agitazione.

Sono state campionate 20 varietà di uva da vinificazione prese dal campo sperimentale di Valenzano, Bari, che oggi non esiste più. L'uva è stata lavata, e i chicchi spremuti e filtrati su una mesh semifine, il mosto fermentato in beuta (hanno sviluppato meno alcool perchè coperte da uno strato di olio di paraffina, fermentazione lenta con bassa tensione di ossigeno, ogni 1-2 giorni misurata la perdita di peso, pari allo sviluppo di CO2, per 10 giorni circa): come output ci sono stati i campioncini del fermentato alcolico, in vino leggero che ha mantenuto tutti i profumi dell'uva di origine, e per ossidazione successiva ha originato 20 campioni di aceto monovarietale leggero, ma molto aromatico, l’ho consumato per condire le insalate (ogni varietà ha prodotto aromi unici, e differenti: dal Malbek, all'Aglianico, al Montepulciano, alla Malvasia nera, ai bianchi, Verdeca, Trebbiano). Un giorno arriveranno sulle nostre tavole, se gli imprenditori capiranno questa opportunità.

2.

Gli insaccati senza nitrati/nitriti. All’incirca verso il 2009, insieme all’IRTA in Catalogna, sperimentammo un salume a base carnea in cui al posto dei conservanti fu aggiunto un concentrato di melograno acido (come quello che usano in Libano per condire l'insalata di prezzemolo), prodotto da me privatamente, melagrane selvatiche incluse. Il laboratorio di Agraria di Portici fece lo studio antimicrobico su piastra del concentrato, che risultò antimicrobico, perchè ricco in acido citrico. I colleghi spagnoli fecero il panel test per la valutazione organolettica del salume, che risultò idoneo al consumo, con un voto elevato. Due anni dopo, al convegno sull’innovazione negli alimenti a Bari, un relatore dell’università di Napoli presentò il loro progetto finanziato su un insaccato senza nitrati, con altri prodotti vegetali antiossidanti. L'importante è se poi lo si produce. A Monteroni c'è l'azienda Mocavero, che produce il capocollo ubriaco conservato nel vino negramaro, un salume alla melagrana (ecco come le idee nascono e si trasferiscono, da una ricerca all'altra, in nuovi prodotti) ed il Nato d'amore, un salume spalmabile, simile al ciauscolo, arricchito di santoreggia (timo) ed artemisia, ed addensato con farina di semi di carrube.

3.

A Matino c'è l'azienda Offishina, insaccati di pesce, fermentato con Penicillium nalgiovensis, molto utilizato come starter carneo, e per il trattamento dell'isaccato di pesce usano il mosto cotto. Con loro ci siamo interfacciati, volevano quantificare nei vari prodotti la presenza di acidi grassi polinsaturi, che dopo macinatura si abbassano di livello per ossidazione, quindi li abbiamo misurati con Gas-massa chromatografia HPLC, il valore è stato maggiore  nei prodotti insaccati interi rispetto a quelli con pesce macinato.

4.

Produzione di un lievito madre per prodotti da forno dolci, a partire da Candida umilis, un ceppo fornitoci dall'università di Sassari. I prodotti contenevano farina di mandorle, hanno mostrato una shelf-life ottimale, i prodotti si sono mantenuti freschi a lungo. Azienda di Tuglie A.L.D.A.




mercoledì 4 febbraio 2015

il riso nell'agricoltura di oggi

Un numero molto  interessante di Nature Outlook parla di agricoltura e in particolare del riso, fornendo dati sulla produzione, il consumo e cosa si fa degli stock invenduti.
Dipendenza giornaliera
Average percentage of daily calories derived from rice 1961–2011, per capita.
Factors that affect the demand of rice include: rapid economic development; increased gross domestic product; and urbanization in developing countries.
consumo giornaliero di alimenti e % di calorie fornite

aumento della domanda negli anni (proiezione fino al 2050)

aumento della produzione di riso negli anni

produzione e consumo
The major rice producers of the world grow more than enough rice to feed their own people. The excess ends up as exports, livestock feed, seed stock or waste (spoiled during transport or storage). Data show the average annual production and consumption from 2007 to 2011, measured in million tonnes (Mt).

spazio richiesto per la coltivazione, riduzione dell'area tra il 1960 e oggi per produrre 1 tonnellata di prodotto
The  average area of land needed to produce 1 tonne.
Improved rice strains and modern agricultural techniques have meant that farmers can produce higher yields on a smaller area of land. 


Un secondo articolo spiega la differenza di geni nelle varietà usate in diverse parti del mondo
  • Two farmers in different parts of the world can plant the same species of rice, but their crops may look strikingly different. Rice has enormous genetic diversity, and scientists are now developing the ability to take advantage of it. 
  • Makoto Matsuoka at Nagoya University in Japan discovered5 that IR8 owed its short stature to a loss-of-function mutation of the semi-dwarf gene sd1. The group found that the genetic impairment led to defects in the biosynthesis and signalling pathways of gibberellin, the plant hormone responsible for controlling cell elongation. The cells were shorter, but in all other respects functioned normally.  
  • “There are three key elements in grain yield: panicle size, grain number and grain size,” says Jiayang Li, CAAS project director and a driving force behind the 3,000 Rice Genomes Project. “A rice plant in which these components are great would naturally have high yield.” In 2003, Li and his team identified a gene called MONOCULM 1 (MOC1) that functions as the master control for shoot development6. They showed that rice plants that overexpress MOC1 produce more auxiliary stems that branch out from the mother stem than normal, whereas those with a loss-of-function mutation in MOC1 produce only a single, stout stem. Li now aims to find the right expression level for MOC1 to decrease the number of stems while increasing the number of seed-bearing branches, which could lead to even more impressive yields. “Then the grains can become larger and heavier, thus the grain yield further improves,” 
  • In 1996, geneticists Pamela Ronald at the University of California, Davis, and David Mackill at IRRI set out to find a wild variety of rice that was particularly tolerant of flooding. 
  •  a cluster of three genes was found responsible for submergence tolerance, the ability to survive after being under water for two weeks. Researchers at IRRI — led by David Mackill and plant breeder Abdelbagi Ismail — used precision breeding to introduce the key gene from the cluster into a strain from Bangladesh, where rice is particularly prone to flooding. Early trials showed that the flood-resistant gene improved yield by up to sixfold in some areas.
  • “Nowadays, Africans consume much more rice. Burundians eat rice every day. And for some families, especially in cities, rice is eaten three times a day.” A 2013 report by the International Grains Council, based in London, predicted that over the next five years rice imports would increase in sub-Saharan Africa more rapidly than in any other region in the world. Rice takes much less time to prepare and cook than traditional African standbys such as cassava root.
  • This newfound taste for rice is understandable, says Gurdev Khush, an agronomist and geneticist at the University of California, Davis. 
  • Khush was behind some of the key breeding innovations that helped to ignite the green revolution, an agricultural awakening that brought new strains of rice and farming techniques to Asia in the 1960s.  
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