mercoledì 12 aprile 2023

scrittori salentini

 Una cara amica giapponese, Mikiko, guida turistica su Alberobello e Matera, mi parlava di un compagno di vita, con cui spera di convivere, ma non qui a Lecce. Si tratta di uno spirito artistico, che non sopporta l'ambiente ristretto e provinciale, abituato alla vita culturale di Firenze e che vorrebbe trasferirsi in Toscana. In effetti, gli eventi culturali a Lecce sono scarsi, poche case di arte e quadri, quelli pubblici organizzano mostre con pochi quadri significativi (Marc Chagall al castello Carlo V, 5 piccoli quadretti e molte litografie). Ovviamente, considerando anche Bari e le mostre di tutta la Puglia, si è visto ben altro. E penso che la valutazione si possa estendere anche alla vita sociale dei leccesi, a quell'abitudinario incontrarsi in centro, dopo le 20, parlottare aspettando il gruppo, per decidere finalmente in quale locale consumare una bevanda o altro, aspettando l'ora di qualche esibizione musicale: insomma, la movida in centro o nelle marine (San Cataldo, Otranto, Gallipoli). E, dulcis in fundo, ritrovarsi verso mezzanotte in un caffè, parlottare ancora, prendersi l'ultimo tè o cappuccino, prima di congedarsi " uoru uoru, ognuno a casa loru".

Per contro, il Salento crea un ambiente favorevole per la letteratura, ci sono parecchi autori della generazione Y, i millenials, quarantenni o poco più, di questi ho già parlato di Mario Desiati, di Martina Franca, che trattano dei temi sociali della loro generazione e di quelle successive. In questo post parlo di questi due libri che sto leggendo, e degli scrittori Omar di Monopoli, Luisa Ruggio, e Livio Romano


 


Omar Di Monopoli:

 trilogia Uomini e cani (la volontà di proteggere la natura creando un parco, o di ostacolarlo, come per l'omicidio di Renata Fonte, un Salento crudele prima degli eventi di Avetrana), Ferro e fuoco (romanzo sociale sullo sfruttamento dei braccianti), e La legge di Fonzi. Brucia l'aria, noir e western confluiscono in un gotico meridionale aspro e potente, crudo eppure aperto ai sentimenti. "Tra i resti bruciati dell'immenso falò viene rinvenuto un cadavere, che le autorità registrano subito come il responsabile del disastro: si tratta di Livio Caraglia, pompiere locale dai trascorsi ambigui. Per alcuni un eroe, per altri un estortore locale in odore di mafia". Poi ci sono, in successione, Precamuerti (becchino), un vecchio capobastone della Sacra corona unita. Gaetano, il protagonista, suo fratello Rocco e il suo amico Pilurussu, la masseria, e Nunzia, primo amore di Rocco. 

Per Nella perfida terra di Dio, western gotico, al nome di Omar Di Monopoli ne sono stati accostati  altri come: Sam Peckinpah, Quentin Tarantino, William Faulkner, Flannery O'Connor; un uso della lingua etichettato come verismo immaginifico, di neorealismo in versione splatter. Nonché di noir mediterraneo. Con una lingua «tornita, barocca e dialettale» descrive i personaggi (un vecchio pescatore riciclatosi in profeta, santone e taumaturgo dopo una visione apocalittica, un malavitoso in cerca di vendetta, due ragazzini, i suoi figli, che odiano il padre perché convinti che sia stato lui a uccidere la madre, una badessa rapace votata soprattutto ad affari loschi, alcuni boss dediti al traffico di stupefacenti e di rifiuti tossici, due donne segnate da un destino tragico). Una lettura nuova nel panorama italico, un autore dallo stile originale in cui mischia dialetto, scrittura ricercata e poetica analisi, racconta un mondo che pare “terra di confine”, il far west all’italiana senza regole e dove la sopravvivenza è legata a dei fili limitati, chiamati “rapporti umani”. Omar riesce a congegnare con abilità fenomenale sequenze forti, grottesche e truculente in un magistrale impasto di dialetto e italiano letterario. I dialoghi in dialetto sono godibili, esilaranti; questo vale anche per me: quando voglio ottenere una risata,  parlo in salentino, non uso la lingua italiana, ma riesco a comunicare un aspetto di comicità che porta alla risata (anche se parlo il dialetto come qualsiasi altro immigrato). 

Luisa Ruggio: Attivista e organizzatrice di creatività letteraria. #Sciamunde #ivagabondideldharma #PescatoridiOmbre23 #ilmestierediscrivere #CasadellaScrittura #LAB22

Ti porto sempre nel cuore. E poi dicono a te che te ne vai. (Da: Un poco di grazia)

"Sul muro laterale del monastero delle Benedettine, dove appena cala la sera una fata si fa un incantesimo e come un'attrice alle prese con l'ennesima replica prende i panni di una vecchia strega che urla nei vicoli il nome del suo gatto preferito - al secolo: "Mezzaricchiaaaaaaaa!" - seguendo con lo sguardo i piccioni in volo, si può vedere in una minuscola nicchia questa statua che la fata strega e il gatto Mezzaricchia confermano essere dedicata a Francesco d''Assisi (inutile smentirli, solo a loro credo io) nell'atto di predicare agli uccelli"...

Per l'uscita di "Le Confidenze" l'autrice ha scritto: vi avverto, NON LEGGETE QUESTO ROMANZO SE AVETE PAURA DEL BUIO, DEL FUOCO, DELLE LAME, DELL'EROS, DELLE OSSESSIONI, DEI SOGNI RICORRENTI, DELLE ATTRAZIONI FATALI, DELLA VITA, DELL'AMORE E DELLA SUA FOLLIA, DELL'IGNOTO CUORE UMANO

Scrittore di riferimento, secondo me, è Gabriel Garcia Marquez (realismo magico), ed in parte Alessandro Baricco.

Il titolo del libro prende il nome da un quadro di Tamara di Lempicka, Confidenze, detto anche "Le amiche".

Dico solo "leggete questo libro", è un bel romanzo, ed è composto da tanti capitoletti, che possono essere letti come singoli racconti o episodi della storia della protagonista, Violante. E le storie ispirano scene del nostro passato, delle nostre esperienze. Ad esempio, per me, l'esperienza di avere vissuto in un appartamento dove si lasciavano le scarpe all'ingresso, e si camminava scalzi sui tappeti, o aprono ricordi di quelle case in cui si usavano le pattine sotto il piede, sul pavimento lucido. E riportano alla luce i miei sogni, sogni veritieri e sogni aggiustati, con finale desiderato, su eventi non reali ma auspicati. Come la campagna immaginaria ma favolosa dietro casa in cui mi avventuravo con mia suocera, o di lingue di spiaggia che mai ho ritrovato, nella realtà. O campagne soleggiate in cui ci si spogliava dei vestiti e si prendeva il sole nudi.

Livio Romano: docente e valutatore di romanzi per le case editrici. Il suo ultimo libro A pelo d'acqua, lo cerco il libreria, non lo trovo, lo prenoto, è arrivato da giorni, finalmente lo inizio.

"...Insomma, nuotare a pelo d'acqua. Evitare di dirci le parole che avremmo dovuto dirci. Che mancherà loro la mamma. Che non è mai successo che restassero più di quindici giorni lontano da lei. Che OK, c'è il Ryanair diretto e potrà tornare spesso, ma non è uguale, non è come svegliarsi con lei, sentirla cantare, o urlare per il disordine..."

I suoi romanzi non rincorrono una meridionalità di paese arretrato, sono contemporanei e con persone economicamente ben messe, con mutui da pagare certo, ma appartamenti di design, canali TV a pagamento e DVD su cui guardare episodi di Shameless, la Casa di carta, e le ultime novità. Niente realismo magico, verismo immaginifico, surrealismo, immaginario fiabesco, romanzo psicoanalitico. Anzi, la dinamica relazionale dei due coniugi, ormai separati, è quella della non finzione, non c'è nulla che si nascondano, lo scrittore propone varie stratificazioni nelle loro confessioni dei loro stati d'animo, gli amori, le scappatelle, le vere motivazioni dietro ad esse.

Non è un poliziesco, ma gran parte del libro gira intorno a un delitto, a affari loschi, a una borsa di soldi. Uno scrittore che utilizza uno stile simile è Alessandro Robecchi: simile, ma più profondo dei libri di Robecchi. Mentre Robecchi scrive quasi in automatico, quasi con una ChapGPT o intelligenza artificiale, e la storia va dritta allo scopo dello svelamento del colpevole, con una musica di sottofondo di sessant'anni, Bob Dylan, Livio Romano scrive perchè è la sua prima e principale missione. Ci sono tanti risvolti nella psicologia dei suoi personaggi, ed è un piacere scoprirli. E si confronta con le nuove generazioni, riesce a parlare della mente e dei gusti di un diciottenne.

Livio Romano di sè dice: "Il mio Sud è tutt’altro. È grandissima vivacità sociale, economica e culturale. Sono i tanti che hanno studiato fuori e son tornati. È, perché no, il posto del buon vivere, della slow life, ma anche di un libertinismo mai davvero indagato dalla letteratura degli ultimi trent’anni. Si spaccia come “lontano dall’oleografia” tantissima narrativa che proprio quell’oleografia ricalca e amplifica. Sono un tondelliano. Nessun narratore della mia generazione avrebbe mai scritto una riga se non avesse scritto prima, per tutti noi, Pier Vittorio Tondelli. Quindi generazionale, anche. Convinto che tutte le volte in cui mi metto a raccontare una storia lo faccia a nome di un’intera generazione. Sono stato profondamente influenzato dagli stralunati e picareschi autori emiliani come Celati e Cavazzoni, ma anche Paolo Nori."

molto apprezzato sui blog, è candidato a premi letterari

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