martedì 3 giugno 2008

poesia e materia / objects and poems


Esenin
(vedi anche: http://www.nuoviargomenti.net/poesie/confessione-di-un-teppista/)

(versione di Angelo Branduardi)

Confessione di un malandrino
Mi piace spettinato camminare
col capo sulle spalle come un lume
così mi diverto a rischiarare
il vostro autunno senza piume.

Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiola dell'ingiuria,
l'agguanto solo per sentirmi vivo
al guscio della mia capigliatura.

Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne e il muschio hanno sommerso
ed i miei che non sanno di avere
un figlio che compone versi

ma mi vogliono bene come ai campi,
alla pelle ed alla pioggia di stagione
raro sarà che chi mi offende scampi
dalle punte del forcone.

Poveri genitori contadini
certo siete invecchiati, ancor temete
il signore del cielo e gli acquitrini
genitori che mai non capirete

che oggi il vostro figliuolo è diventato
il primo fra i poeti del paese
ed ora con le scarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.

Ma sopravvive in lui la frenesia
di un vecchio mariuolo di campagna
e ad ogni insegna di macelleria
alla vacca s'inchina sua compagna.

E quando incontra un vetturino
gli torna in mente il suo concio natale
e vorrebbe la coda del ronzino
regger come strascico nuziale.

Voglio bene alla patria benché
afflitta di tronchi rugginosi
mi è caro il grugno sporco dei suini
e i rospi all'ombra sospirosi

son malato d'infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d'aprile.
Sembra quasi che l'acero si curvi
per riscaldarsi e poi dormire.

Dal nido di quell'albero le uova
per rubare salivo fino in cima
ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima.

E tu mio caro amico vecchio cane
fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia
e giri a coda bassa nel cortile
ignaro delle porte dei granai.

Mi sono cari i miei furti di monello
quando rubavo in casa un po' di pane
e si mangiava come due fratelli
una briciola all'uomo ed una al cane

io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi
sul tappeto magnifico dei versi
voglio dirvi qualcosa che vi tocchi.

Buonanotte, la falce della luna
si cheta mentre l'aria si fa bruna
dalla finestra mia voglio gridare
contro il disco della luna.

La notte è così tersa
qui forse anche morire non fa male
che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale.

O pegaso decrepito e bonario
il tuo galoppo è ora senza scopo
e giunsi come un maestro solitario
e non canto e non celebro che i topi.

Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome
voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.

 
Jimenez
Il tema qui trattato, dei ricordi e dei 5 sensi per mezzo dei quali cui restiamo legati al vissuto, mi richiama questa poesia 

Sono io stanotte a camminare
nella mia camera o forse il mendico
che s'aggirava furtivo nel mio giardino
all'imbrunire?
Mi guardo intorno
e trovo che tutto
è lo stesso e non è lo stesso...
Era spalancata la finestra?
non mi ero già addormentato?

Non era verde-tenero il giardino?
Il cielo era azzurro terso...
e ci sono nuvole
e soffia il vento
e il giardino è cupo e malinconico.

I miei capelli erano neri, credo
ero vestito di grigio...
e sono grigi i miei capelli...
e sono vestito di nero...
E' questo il mio passo?
Questa voce, che prende suono dentro di me,
ha i ritmi della mia voce di una volta?
Sono io o sono il mendico
che s'aggirava furtivo nel mio giardino
all'imbrunire?

Mi guardo intorno... ci sono nuvole e soffia il vento...
Il giardino è cupo e malinconico...

Io vengo e vado... Non è vero
che mi ero già addormentato?
I miei capelli sono grigi... e tutto
è lo stesso e non è lo stesso.


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